18/112015
Attualità Redazione MPN

Una bestialità che non può sconfiggere la nostra voglia di vivere.

Alice Briguglio, Presidente MPN Roma 

 

I fatti di Parigi, come tutto quello che mi colpisce nel profondo, hanno scatenato in me, da subito, due sentimenti uguali e contrari. La voglia di parlare e parlarne ininterrottamente, da una parte, come se ogni parola potesse aiutare ad esorcizzare la rabbia, il dolore, la paura; come se avessi qualcosa di interessante da dire; come se parlarne potesse aiutarmi ad alleggerire il peso dell’angoscia che una tale brutalità lascia dietro di sé. Dall’altra parte, invece, il desiderio opposto di tacere. Di ascoltare un po’ di silenzio, sperando che anche gli altri, tutti, senza distinzioni, avvertissero lo stesso desiderio di tacere. Di non speculare, di non riempire gli sguardi e le teste altrui di inutili, se non dannosi, giudizi, di inutili e dannose strategie. 

Ho aspettato, quindi, qualche giorno prima di dire a Ludovico che avevo voglia di raccontare quello che ho vissuto io l’altra sera. 
Vivo a Parigi da pochi mesi ma con la prospettiva di rimanerci molto a lungo, cosa che mi ha aiutato da subito a sentirla casa mia. 
Venerdì sera ero in un bar con molti dei miei amici e compagni di università. Venivamo proprio dalla Sorbona dove, quella sera, eravamo rimasti fino a tardi. 
Era una serata come tante altre. Poco dopo non lo è stata più. 
Abbiamo avuto notizia della prima esplosione, poi della prima sparatoria e così via. Mi è tremato il terreno sotto i piedi. E non importava essere in un bar, in un ristorante, a casa o per strada. La nostra Parigi, la nostra Europa, la nostra casa era sotto attacco. Tutto era immobilizzato, tenuto sotto il controllo di una delirante e disumana follia. Pensavamo alle vittime, senza poter immaginare quante ancora ce ne sarebbero state, consapevoli di essere stati graziati dal destino per il fatto, per nulla scontato, di non essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Abbiamo ascoltato le parole di un Hollande pietrificato dalla televisione di un bar ammutolito, con il cuore in stand by. Tutti con il telefono in mano nel tentativo di avvertire le nostre famiglie, la maggior parte delle quali molto lontane, che era "tutto a posto". Ma di cose "a posto”, infondo, non ce ne erano. L'attacco questa volta era rivolto direttamente a noi. Alla nostra libertà di bere un bicchiere di vino in un bar il venerdì sera. Alla nostra libertà di ascoltare un po' di musica buona. Alla nostra libertà di rilassarci, di respirare un po' di spensieratezza nelle nostre frenetiche giornate parigine. Sotto attacco era la nostra voglia di essere ragazzi e ragazze liberi di studiare, di crescere. Questa volta sotto attacco c’era il nostro modo di vivere. Peggio, nel mirino di tanta bestialità c’era la nostra voglia di vivere. Quella voglia di vivere di cui Parigi è simbolo vanitoso.  
E io sono Parigi. Senza retorica. Sono la Parigi che a meno di un anno da Charlie Hebdo è stata colpita al cuore. Sono la Parigi che ha tremato, che si è spaventata, che è caduta e che si è rialzata ancora una volta più forte di prima. Sono la Parigi coraggiosa di chi apre la porta di casa a chi è in strada terrorizzato. Sono l’orgoglio parigino che si è svegliato sabato mattina, che è uscito per un caffè, che è andato a fare la spesa, che è andato a fare una passeggiata, che si è ribellato al dolore ed alla frustrazione per rispondere all’odio con la voglia di continuare ad essere se stesso. Sono la Parigi di chi non tema di scendere in piazza per cantare al mondo, con fierezza e commozione, il proprio inno nazionale. Sono la Parigi che lascia che dalle proprie ferite sgorghi energia e voglia di reagire. Sono la Parigi che non intende mostrarsi indebolita, imballata. Sono la Parigi che non si spezza, che non si piega alla richiesta di dimenticarsi quali scelte e quali valori rappresenta. Sono il popolo francese che si stringe e si compatta dopo il dolore. Sono il sole splendente del giorno dopo. Sono la Tour Eiffel che si illumina di blu, di bianco e di rosso. Sono il tassista che offre corse gratis. Sono il bambino che spensieratamente crede al papà che assicura ci si possa proteggere “con i fiori e le candele” dalle pistole degli “uomini cattivi”. Sono il batterista degli Eagles of Death Metal che schiva i proiettili impazziti accasciandosi sul proprio strumento. Sono Valeria che, come me, aveva scelto questa splendida città per costruirsi un futuro libero. Sono la dignità della mamma e del papà di Valeria che ci ricordano quanto alla nostra Italia la loro figlia mancherà. Sono il cuore di tutti quelli che sono stati meno fortunati di me, che quel maledetto venerdì sera hanno scelto il posto sbagliato. Sono la loro vita brutalmente spezzata ed è nel loro nome che continuerò a portare avanti la mia di vita senza farmi intimorire. E’ per loro, per tutte le mamme e i papà strappati ai loro bambini, per tutti i bambini cui è stato impedito di crescere, per tutti i fidanzati e le fidanzate cui l’orrore ha tolto la possibilità di amare che dobbiamo credere, oggi più che mai e per sempre, nei nostri valori, nella nostra guadagnata condizione di uomini e donne liberi si essere umani. E’ per loro che dobbiamo continuare a vivere ed a far vivere Parigi, le sue luci, la sua allegria, la sua musica. E’ per loro che dobbiamo ridere, scherzare, piangere, gridare, amare, ballare, correre, cantare, mangiare, bere, giocare, fare l’amore, studiare, scrivere, leggere, vivere. 
Ricordandoci che siamo nati dove tutto questo si può fare ed è nostro dovere non smettere di farlo.