26/012013
Cultura Redazione MPN

C'era una volta in Italia

 

Karl Oberascher, Kurier, Austria
 

 

 

Quando il selvaggio west era in Italia. Non c’è Tarantino senza Sergio Leone: la storia del western all’italiana.

 

C’era una volta nel west uno straniero senza nome. Senza passato, senza futuro. Un solitario – taciturno, scontroso e trasandato. Questo archetipo ha invaso negli anni ‘60 i cinema europei.
Sergio Leone nel 1964, con “Per un pugno di dollari“, aveva inaugurato un nuovo genere, il western all’italiana, più brutale, più rozzo e più cruento che mai, facendo così del tipico film americano un prodotto d’esportazione europeo.
Fino al 1970 furono girati oltre 500 film negli studi romani di Cinecittà e soprattutto alle porte della città spagnola Almeria. Si trattava per lo più di film di bassa qualità con il solito monotono tema di fondo del cacciatore di taglie. Banditi astuti e dialoghi brevi facevano parte del repertorio del genere del nuovo western, così come le sanguinose sparatorie – con abbondante succo di pomodoro. Per questo i critici stranieri parlavano spesso e volentieri anche di “spaghetti-western“.
Ma senza gli eroi senza scrupoli italiani, film come l’attuale “Django Unchained“ di Quentin Tarantino sarebbero impensabili. Con questo titolo, il regista si rifà al film originale di Sergio Corbutti dell’anno 1966. Franco Nero, che negli anni ‘60 divenne celebre interpretando il ruolo di Django, compare in una breve sequenza in cui si imbatte nel suo successore Jamie Foxx. La sanguinosa scena di guerra dello schiavo nero Django e del cacciatore di taglie tedesco Dr. Schultz è stata premiata con un Oscar nella categoria “Miglior film”.

 

L’estetica della violenza
Anche Robert Rodriguez nei suoi film si serve con successo del principale ingrediente del western all’italiana: la violenza come mezzo stilistico. Questo principio non è una novità: Sergio Leone lo introdusse 50 anni fa nel cinema europeo, lasciandosi inspirare da Akira Kurosawa, il regista giapponese che già nel 1961 aveva tracciato le linee guida con il film “Yojimbo”, dove un samurai, arrivato in un villaggio giapponese, da solo, fa fuori due bande rivali di provocatori. Leone, tre anni dopo, sostituì la spada con il revolver, trasferì la trama nel paesino messicano di San Miguel, fece del nomade Samurai un cow-boy solitario ed ecco che nasce il primo western all’italiana.

 

Gli antieroi – sporchi e astuti
La barba incolta e il sigaro nell’angolo della bocca. Così Clint Eastwood nei panni di “Joe” divenne una star di fama mondiale. Con il suo poncho sudicio, era la silenziosa antitesi dei raggianti eroi del western americano.
Fino ad allora, sceriffi dall’animo nobile interpretati da Gary Cooper e John Wayne avevano badato a mantenere l’ordine nel selvaggio west. Già nel 1962, “Der Schatz im Silbersee”  (Il tesoro del lago d’argento, film in lingua tedesca ndt) fu il primo western europeo di successo, ma si basava sullo stesso vecchio principio del film di stampo americano.
Sergio Leone fu il primo a liberare i western della loro gloria. Coscienza e responsabilità furono improvvisamente e impietosamente rimpiazzate, lasciando il posto di primo piano a corruttibilità e sete di denaro, brutalità e torture L’unica ricompensa per gli eroi: “una manciata di dollari”.
Il successo fu vertiginoso. Nel 1965 seguì “Per qualche dollaro in più” – un anno dopo, Leone completò la sua cosiddetta “trilogia del dollaro” con il film “Il buono, il brutto, il cattivo” (titolo originale: “The Good, the Bad and the Ugly”). Il film con Clint Eastwood, nel ruolo di cacciatore di taglie senza nome, e con Lee Van Cleef, nel ruolo del suo antagonista dal sangue freddo, è considerato ancora oggi il miglior western in assoluto.

 

Colonna sonora come chiave di successo
La colonna sonora di tutti e tre i film è di Ennio Morricone. Tonalità semplici, folclore e motivi conduttori. Semplici melodie eseguite con lo scacciapensieri e l’armonica a bocca, accompagnate da colpi di frusta e di pistola. Il compositore romano scrisse la colonna sonora per ben oltre 30 western all’italiana, contribuendo così in modo essenziale al successo del genere. Sergio Leone, consapevole dell’effetto suscitato da questa musica, era solito far suonare i pezzi composti dal suo amico Morricone addirittura già sul set, così da trasmettere agli attori la giusta atmosfera.  

 

Il nuovo linguaggio figurato
Per esprimere quest’atmosfera anche visivamente, Leone puntò molto sui primi piani e sui dettagli  molto più efficaci per rendere sullo schermo l’atmosfera del duello faccia a faccia: il cappello calato sul viso, lo sguardo intenso e tagliente, la mano sulla cintura. Grazie all’immancabile tecnica dello showdown, Sergio Leone realizzò una delle caratteristiche più significative del western, come nessun altro prima.

 

Un Selvaggio West europeo
Ispirati dall’enorme successo di Sergio Leone, negli anni a seguire, furono girati centinaia di western all’italiana. Primo fra tutti, occorre ricordare Sergio Corbucci. Con la figura di Django concentrò tutti gli ingredienti del successo di Leone in un’unica essenza: “Tagliamo tutte le scene romantiche e superflue che rovinano i western americani. Django scoperchia la bara, ne estrae la mitragliatrice e fa fuori minimo 1500 persone”. Nessun altro regista porta i suoi personaggi ad uccidere e a morire in modo così magistrale come Corbucci.
Con il successo, arrivarono anche finanziatori europei e con loro attori di fama internazionale. Jean-Louis Trintignant e Klaus Klinski furono i più famosi. Anche un austriaco fece parte del cast di attori europei: William Berger (in realtà Wilhelm Thomas Berger) ricoprì il ruolo del cattivo dal sangue freddo in dozzine di produzioni.
Nel frattempo, Sergio Leone, era partito alla volta dell’America per girare un Gangster-movie che si sarebbe chiamato “C’era una volta in America” (titolo originale: “Once upon a time in America”). Dapprima però, doveva girare un nuovo western, come d’accordo con i produttori. E questo film diventò il suo capolavoro: “C’era una volta il west” (titolo originale: “Once upon a time in the West”, 1968) con gli eroi americani del western come Henry Fonda nel ruolo del cattivo, Charles Bronson e Claudia Cardinale, e con l’indimenticata melodia di Ennio Morricone eseguita con l’armonica a bocca . Questo film fu il più grande successo di Leone.
Sergio Sollima, con i suoi tre western all’italiana “La resa dei conti” (1966), “Faccia a faccia” (1967) e “Corri uomo corri” (1986) – tutti con l’attore cubano Tomás Milián  nel ruolo principale – arricchì il genere inserendo un aspetto politico. Sollima fa combattere Milián, nei panni di un povero messicano, contro i ricchi oppressori americani, sullo sfondo della rivoluzione messicana.

 

Le scene di sangue lasciano il posto alle risse grossolane e quasi comiche
Negli anni ’70, il numero di produzioni dei western diminuì drasticamente. Così come pochi anni prima il pubblico si era stancato dei gloriosi eroi dei film americani stracarichi di scene, adesso anche la violenza dei western all’italiana era passata di moda.
Nel 1970, Enzo Barboni, che in “Django” era ancora il cameraman di Sergio Corbucci, girò “Lo chiamavano Trinità”. Le divertenti scazzottate portarono il film ad un successo internazionale. Terence Hill e Bud Spencer – un ginnasta e un ex-campione di nuoto – divennero le nuove star del cinema italiano.
Le commedie western degeneravano sempre in zuffe senza fine, torte in faccia e un sacco di battutacce. Terence Hill e Bud Spencer fecero il grande salto e, forti della loro esperienza nelle commedie comiche, recitarono anche fuori dall’ambito del Selvaggio West, in “I due superpiedi quasi piatti” (1976) e  in “Poliziotti dell’ottava strada” (1985).
Verso la metà degli anni ’70, il genere giunse definitivamente al capolinea. Enzo G. Castellari poté incassare ancora un ultimo successo con “Keoma” nel 1976, in cui Franco Nero, nel ruolo di un mezzosangue, lasciò il segno della devastazione del decaduto selvaggio West.
Con il recentissimo film di Quentin Tarantino, il genere western va incontro ad un nuovo inizio. Numerosi special televisivi parlano dell’uscita del film “Django Unchained” nei cinama austriaci. Ma L’influenza del cinema contemporaneo sul linguaggio figurato e sull’estetica  è già da tempo indiscussa.